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SANTA CATERINA DA SIENA
LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA
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Capitolo III
Come l’operazioni finite non sono sufficienti a punire né a remunerare senza l’affetto de la caritá continuo.
Alora la Verità etterna, rapendo e tirando a sé piú forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio che quando facevano il sacrifizio a Dio veniva uno fuoco e tirava a sé il sacrifizio che era accepto a lui, cosí faceva la dolce Verità a quella anima: che mandava il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e rapiva il sacrifizio del desiderio che ella faceva di sé a lui, dicendo: — Non sai tu, figliuola mia, che tutte le pene che sostiene o può sostenere l’anima in questa vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? però che l’offesa che è fatta a me, che so’ Bene infinito, richiede satisfaczione infinita. E però lo voglio che tu sappi che non tutte le pene che sonno date in questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per gastigare il figliuolo quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio de l’anima si satisfa, cioè con la vera contrizione e dispiacimento del peccato. La vera contrizione satisfa a la colpa ed a la pena, non per pena finita che sostenga, ma per desiderio infinito. Perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole. Infinito dolore vuole in dite modi: l’uno è della propria offesa la quale ha commessa contra ‘l suo Creatore; l’altro è de l’offesa che vede fare al proximo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito (cioè che sonno uniti per affecto d’amore in me, e però si dogliono quando offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e satisfa a la colpa che meritava infinita pena: poniamo che sieno state operazioni finite, facte in tempo finito; ma perché fu adoperata la virtú e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e dispiacimento della colpa infinito, però valse.

Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapesse le cose future, desse il mio a’ poveri, e dessi el corpo mio ad ardere, e non avesse carità, nulla mi varrebbe». Mostra il glorioso apostolo che l’operazioni finite non sonno sufficienti né a punire né a remunerare senza il condimento dell’affecto della carità.


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