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Giuseppe Bianchini (1888-1973)

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Tratta da Italian Mycology .unibo .it

Il padre della micologia forense italiana. (di Davide Orsini, Simone Di Piazza, Mirca Zotti, Mariano Martini)

Giuseppe Bianchini si formò nella Scuola senese di Medicina legale e si distinse fin da subito per un approccio innovativo alla disciplina, facendo ampio ricorso alla biochimica, all'ematologia, all'istopatologia e alla fisiologia.

Nel corso della sua lunga carriera di studioso e docente di medicina legale, una parte importante delle sue ricerche fu dedicata alla “biologia del cadavere”, ispirata dalla presenza di funghi sui resti umani.

Bianchini comprese infatti che lo studio dei funghi, allora praticamente ignorato, poteva avere un'importanza sia per comprendere i processi chimici che avvengono nel cadavere, sia per stabilire la cronologia della morte.

Fu il primo studioso italiano a cercare di identificare e descrivere la comunitĂ  fungina presente nelle diverse fasi della decomposizione del cadavere.

Formazione e primi anni: Giuseppe Bianchini nacque il 20 settembre 1888 a San Quirico d'Orcia, nei pressi di Siena. Si laureò con lode in Medicina all'Università di Siena l'8 luglio 1913. Durante gli studi lavorò presso l'Istituto di Anatomia e frequentò anche l'Istituto di Patologia chirurgica.

Nel 1910 partecipò alla campagna contro il colera in Puglia, insieme al professor Achille Sclavo, suo docente di Igiene a Siena. L'esperienza ebbe grande importanza per la sua formazione.

Nel 1914 iniziò un corso presso la Scuola di Sanità di Firenze. L'anno successivo fu inviato in Libia come medico militare e nel 1917 diresse il reparto di Medicina dell'Ospedale militare di Tripoli. Nel 1918 diresse inoltre un ospedale per malattie infettive. Successivamente lavorò presso i consolati italiani di Tunisi e Algeri, tornando in Italia nel 1919.

L'inizio della carriera accademica: Il 16 ottobre 1919 divenne assistente di ruolo presso la cattedra di Medicina legale e assicurativa dell'UniversitĂ  di Siena, sotto la guida di Cesare Biondi, uno dei principali esponenti della Scuola senese di Medicina legale.

Durante gli anni da assistente, dal 1919 al 1926, Bianchini studiò la biologia del cadavere, il sangue e i tumori. Nel 1923 ottenne l'abilitazione all'insegnamento della Medicina legale.

Le sue ricerche piĂą importanti riguardarono: le lesioni provocate da traumi contusivi multipli; la citologia dei globuli rossi; le piastrine e la distribuzione degli elementi morfologici del sangue nei vasi del cadavere; la coltura dei tessuti in vitro.

La commissione esaminatrice riconobbe a questi studi grande valore per l'importanza degli argomenti trattati, la capacitĂ  di affrontare problemi biologici complessi e il rigore dei metodi di ricerca.

Nel 1926 fu nominato professore incaricato di Medicina legale presso l'Università di Cagliari e, nello stesso anno, si trasferì all'Università di Bari, dove insegnò per dieci anni contribuendo anche all'organizzazione dell'Istituto di Medicina legale.

Il ritorno a Siena e la “biologia del cadavere”: Durante gli anni successivi, gli studi iniziati a Siena si svilupparono fino a costituire la prima formulazione del concetto, completamente originale, di “biologia del cadavere”.

Secondo gli studiosi che ne hanno valutato l'opera, a Bianchini va riconosciuto il merito di aver elaborato una teoria che avrebbe avuto un'importanza duratura per la comprensione della morte e dei fenomeni successivi ad essa.

Nel marzo 1936 morì il suo maestro Cesare Biondi. Nonostante le offerte ricevute da numerose università italiane, Bianchini decise di tornare a Siena, assumendo l'insegnamento di Medicina legale e assicurativa precedentemente appartenuto a Biondi.

A Siena insegnò sia nella Facoltà di Medicina sia in quella di Giurisprudenza fino al termine della carriera accademica.

Pur riconoscendo profondamente l'importanza del suo maestro Biondi, Bianchini sviluppò interessi scientifici autonomi. La sua solida preparazione in biologia e istopatologia lo portò a concentrarsi in particolare sugli studi del patologo Adolfo Ferrata sulla morfologia del sangue normale e patologico.

La sua interpretazione della Medicina legale fu fortemente innovativa: riconsiderò criticamente i cosiddetti segni patognomonici, ritenuti essenziali e certi per le indagini giudiziarie, alla luce delle più recenti scoperte in biochimica, istologia, fisiologia ed ematologia.

I suoi studi si concentrarono principalmente su quattro aree: tanatologia forense, cioè lo studio dei fenomeni legati alla morte; asfissiologia; medicina assicurativa; malattie professionali.

I ruoli istituzionali: Nel 1944 Bianchini fu nominato preside della FacoltĂ  di Medicina e Chirurgia dell'UniversitĂ  di Siena, incarico rinnovato nel 1947 e mantenuto fino alla fine del 1950.

Nel 1955 fu eletto Rettore dell'UniversitĂ  di Siena, succedendo a Mario Bracci. Rimase in carica fino al 1964. Durante il suo rettorato furono realizzati numerosi interventi importanti: venne avviata la costruzione del nuovo policlinico; fu modernizzato il Palazzo dell'UniversitĂ ; furono ampliati gli spazi dell'Istituto di Igiene; furono costruite nuove strutture per gli Istituti di Botanica, Biologia e Zoologia; venne istituita la FacoltĂ  di Scienze; furono elaborati i progetti per la futura FacoltĂ  di Economia.

Nel 1958 fu insignito dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1963 andò in pensione per raggiunti limiti di età, ma continuò a svolgere il ruolo di rettore fino alla scadenza naturale del mandato, il 31 ottobre 1964. Nel 1965 fu nominato professore emerito.

Morì il 7 marzo 1973.

La tanatologia forense e i funghi del cadavere: Il principale interesse di Bianchini riguardava l'azione degli organismi estranei che colonizzano il cadavere: insetti, acari e funghi.

Mentre il ruolo di insetti e acari nei processi di decomposizione e nella determinazione del tempo trascorso dalla morte era giĂ  conosciuto, i funghi erano stati sostanzialmente trascurati.

Bianchini osservò invece che le muffe potevano avere un ruolo importante nei processi di decomposizione. In particolare, notò la relazione tra la presenza del genere Penicillium e il rallentamento della putrefazione.

Nel 1923, durante una comunicazione all'Accademia dei Fisiocritici di Siena, spiegò di aver iniziato lo studio dei funghi del cadavere con due obiettivi: seguire le modificazioni chimiche subite dai resti umani a causa dell'azione enzimatica dei funghi saprofiti; utilizzare, per quanto possibile, queste informazioni per determinare la cronologia della morte.

Bianchini comprese quindi la necessità di un approccio interdisciplinare e collaborò con studiosi di biologia, botanica, micologia, chimica e patologia.

A Siena collaborò in particolare con il botanico e micologo Arturo Nannizzi, una figura di grande rilievo nella micologia medica italiana, soprattutto per gli studi sulla classificazione dei dermatofiti. In suo onore sarebbe stato in seguito istituito il genere Nannizzia.

Il metodo di ricerca: Bianchini propose di raccogliere e studiare tutte le specie fungine presenti sui cadaveri, registrando con precisione: le circostanze in cui i funghi si sviluppavano; lo stato di decomposizione del cadavere; il tempo trascorso dalla morte.

I funghi venivano analizzati direttamente su preparati freschi al microscopio e dopo essere stati isolati in coltura pura.

Per le colture cadaveriche utilizzò uno speciale terreno a base di agar e carne, denominato “terreno Pollacci”, in onore del botanico Gino Pollacci, direttore dell'Istituto di Botanica dell'Università di Siena.

Le sue ricerche utilizzarono materiali cadaverici provenienti da: resti riesumati dopo periodi da uno a dieci anni; cadaveri lasciati intenzionalmente all'aperto o in ambienti controllati; ossa provenienti da ossari e antiche sepolture; parti anatomiche conservate in camere calde e umide a diversi intervalli dalla morte.

Le tre categorie di funghi: Bianchini raggruppò i funghi presenti sui cadaveri in tre categorie principali, associate a differenti fasi della decomposizione: Funghi che si sviluppano durante le prime trasformazioni del cadavere, comprese le fasi di colorazione, produzione di gas e liquefazione dei tessuti.

Funghi che si sviluppano sui residui dei tessuti molli disidratati o trasformati in sostanza grassa, circa un anno dopo la morte.

Funghi che si sviluppano sulle ossa che ancora emanano sostanze grasse o sono ricoperte da residui organici, anche circa dieci anni dopo la morte.

Bianchini sottolineò tuttavia che queste categorie non avevano valore assoluto, perché potevano verificarsi sovrapposizioni tra le diverse fasi.

L'importanza di Bianchini: Giuseppe Bianchini merita il riconoscimento di essere stato il primo ricercatore italiano ad aprire la strada alla micologia forense. I suoi studi furono successivamente proseguiti negli anni Quaranta da un altro importante micologo italiano, Raffaele Ciferri.

Il suo contributo fondamentale fu l'idea che la successione delle specie fungine presenti sul cadavere potesse fornire informazioni sul tempo trascorso dalla morte.

Bianchini riuscì così a individuare un limite temporale minimo, al di sotto del quale non sarebbe stato possibile collocare la morte. La sua prima catalogazione delle specie fungine associate alle diverse fasi della decomposizione rappresentò inoltre una base fondamentale per gli studi successivi.

In sostanza, Giuseppe Bianchini fu un pioniere assoluto: intuì, in un'epoca in cui i funghi dei cadaveri erano quasi completamente ignorati, che la loro presenza e successione potevano diventare uno strumento scientifico per ricostruire i processi di decomposizione e stimare il tempo trascorso dalla morte.

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