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Le lettere di Santa Caterina

Tratte da: "Le Lettere di S. Caterina da Siena - ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con proemio e note" di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore - 1860)

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CCCXI - A' signori difensori del popolo e comune di Siena

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.


Carissimi fratelli in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedere rilucere in voi la margarita della santa giustizia, acciocchè giustamente rendiate a ciascuno il debito suo. A cui siamo noi debitori? A Dio, ed alla santa Chiesa, ed al prossimo nostro per lo comandamento di Dio, e a noi medesimi. Vediamo che debito è questo. É così fatto, che a Dio doviamo rendere, per amore, gloria e loda al nome suo. A noi è dato amore; perocch'egli ci amò prima che noi fossimo, e hacci fatto onore, tollendoci la vergogna nella quale cademmo per lo peccato di Adam, nel sangue del suo Figliuolo, nel quale ricevemmo il frutto della Grazia: la quale fu una utilità, la maggiore che potessimo ricevere, perché ci tolse la morte, e diecci la vita. Adunque a lui doviamo render onore e amore: ma utilità a lui non possiamo fare; sicchè la doviamo fare al prossimo nostro sovvenendolo secondo la nostra possibilità, rendendogli il debito della dilezione, sì come ci è comandato; dicendo la Verità eterna: «Ama Dio sopra ogni cosa, ed il prossimo come te medesimo». A noi dovìamo render odio, e dispiacimento del vizio, e della propria sensualità che n'è cagione; a amore delle virtù, amandole in noi per Dio con affettuoso amore.


Ma il contrario pare che noi facciamo; come ladri a malvagi debitori, tollendo l'altrui con molta ingiustizia: cioè che l'onore a l'amore, che doviamo dare a Dio a al prossimo nostro; noi 'l diamo a noi medesimi. A noi diamo l'onore, come superbi, cercando gli stati, delizie a grandezze del mondo, con offesa di Dio, a con retribuire, e reputare, per nostro sapere, avere ciò the noi aviamo; e, siccome ignoranti, facciamo vituperio a Dio. A noi diamo l'amore, e a lui l'odio; non amore ragionevole, ma amore sensitivo. A lui diamo la puzza, e a noi l'odore, cercando e' diletti e piaceri umani. Ma, come ciechi, non vediamo il danno, la puzza, e le pietre delle nostre iniquità, che caggiono pure sopra di noi: perché a lui il nostro male non nuoce nè il nostro bene gli giova, perché egli non ha bisogno di noi, ma sì noi di lui. Al prossimo rendiamo odio a rancore, commettendo molte ingiustizie. Onde, s'egli è Signore, non tiene al prossimo ragione nè giustizia se non per propria utilità, o per piacere alle creature, o a sè medesimo; e non col lume di ragione. Egli non si cura di tollergli l'onore, la fama, e lasostanzia temporale, a eziandio la vita. Con tanta ingiustizia governa i sudditi suoi, come se egli non avesse Signore sopra di sè: non pensa che la verga del sommo giu dice gli possa rendere di quello che egli dà ad altrui. Non attende al bene universale comune, ma solamente al suo proprio bene, come accecato dal proprio amore. Questi non rendono 'l quarto debito alla santa Chiesa, a al Vicario di Cristo. Che debito gli doviamo rendere? Una debita riverenzia, uno amore filiale; non solamente con la parola, ma, come veri figliuoli, sovvenire 'l padre nel tempo del bisogno; la ingiuria che è fatta a lui, reputandola fatta a noi; a metterci ciò che si può, per levargliil nemico suo d'innanzi.


Ma questi cotali fanno tutti il contrario. Pigliando una falsa cagione, dicono: «E' son tanti e' difetti loro, che noi non aviamo altro che male: onde non è degno di riverenzia, nè d'essere sovvenuto. Fusse quello che egli debbe essere; e attendesse alle cose spirituali, a non alletemporali!». E così, come ingrati a scognoscenti, non rendono riverenzia nè obedienzia, nè adiutorio; ma spesse volte sottraggono coloro che 'l volessero aitare, con molta irreverenzia; come persone accecate dal proprio amore. Non vediamo che la cagione nostra è falsa: perocchè in ogni modo, o buono o cattivo che egli si fosse, noi non doviamo ritrarre adietro di non rendere 'l debito nostro; però che la riverenzia non si fa a lui in quanto lui, ma al sangue di Cristo, a alla autorità a dignità che Dio gli ha data per noi. Questa autorità e dignità non diminuiscono per neuno suo difetto che in lui fusse. Non ci ministra la sua autorità di meno potenzia, nè di meno virtù; a però non debbe diminuire la riverenzia, nè l'obedienzia (però che staremmo in stato di dannazione): nè per questo si debbe lassare il sovvenirlo; perocchè sowenire a lui, è sovvenire a noi medesimi.


E poichè per lo suo difetto non ci è tolta la nostra necessità la quale abbiamo di lui; doviamo esser grati a cognoscenti, facendo ciò che si può per utilità della Santa Chiesa, e per amore delle Chiavi che Dio gli ha date.


E se così conviene a noi fare a quello che fosse cattivo e difettuoso; che doviamo fare a quello che Dio ci ha dato, il quale è uomo giusto, virtuoso, a che teme Dio, con così santa e dritta intenzione, quanto ncuno che n'avesse già gran tempo la Chiesa di Dio? Dico di Papa Urbano VI, il quale è veramente Papa e Sommo Pontefice, a mal grado di chi dice il contrario. Adunque giusta cosa è d'averlo in reverenzia, obbedire alla santità sua, e sovvenirlo in ciò, che si può; sì per l'autorità che egli ha, e sìper la giustizia e vita sua, e sì perché egli ci ministra le grazie spirituali in salute e in vita del l'anima nostra; e siper la grazìa e amore particolare, che egli ha mostrato e ha in verso di voi, come a cari figliuoli; e sì per lo dannoche ve ne può seguitare, non facendolo, da Dio, e dalle creature. Da Dio, aspettandone disciplina per la ingratitudine nostra che noi mostriamo verso la santa Chiesa e Vicario suo: e giustamente il farebbe Dio per destare la mi seria, e ignoranzia nostra; che drittamente facciamo come mercenai, che, ogni grazia che essi ricevono, gli pare avere per debito, e con difetti d'altrui spesse volte vogliono ricoprire il loro; ma molto maggiormente si scuoprono mostrando tanta ìngratitudine. Dalle creature ancora ne possiamo ricevere di sciplina; perché noi vediamo il tempo ad avvenimento del signore. Meglio ci è dunque di stare uniti col padre e madre nostri, cioè papa Urbano VI e la santa Chiesa, che con tiranni.


Meglio ci è di stare appoggiati alla colonna ferma, la quale, se è percossa con molte persecuzioni, ma non è però rotta; che alla paglia, che siamo certi che ella vien meno, e ogni piccolo vento la caccia a terra. Aprite un poco gli occhi, e mirate quanti inconvenienti ne possano venire, a fare vista di non vedere la necessìtà del padre, e non inanimirvi con dispiacímento verso gl'inimici suoi, i quali sono vostri. Chè già non potete dire ch'egli vi chiegga l'adiutorio per acquistare i beni temporali della santa Chiesa, i quali sono perduti; ma per la fede nostra, per confondere la bugia, ed esaltare la verità, per trarre le anime dalle mani delle dimonía, e perché la fede nostra non sia contaminata per le mani degl'iniqui.


Adunque, vedete che per ogni modo sete tenuti e obligati di rendere il debito alla santa Chiesa e al padre vostro. Son certa che se la margarita della giustizia rilucerà nelli petti vostri (la quale Giustizia non è senza gratitudine); voi renderete il debito a Dio, a Cristo in terra,al prossimo vostro, e a voi medesimi, per lo modo che detto è. E così moltiplicheranno le grazie spirituali e temporali; e conserverete in pace e in quiete lo stato vostro: altrimenti, no; anco, sarete privati del bene del cielo, e di quello della terra. E però vi dissi che io desideravo di vedere rilucere in voi la margarita della santa giustizia. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.


Pregovi per l'amore di Cristo crocifisso, che voi non diate più parole a Cristo in terra; ma dategli de' fatti, erendetegli di quello che egli ha dato voi. Sapete bene, che egli ci ha data l'assoluzìone, e la benevolenzia: e anco, per la bontà di Dio e sua, Talamone non venne alle mani de' Pisani. E ora pare, che con molta ingratitudine vogliate trattare lui, menandolo per parole, come si fa a' fanciulli. E io vi dico che egli cognosce, come uomo che vede più dalla lunga che voi non pensate, e ripone nel cuor suo i figliuoli legittimi, e i non legittimi; e all'ora eal tempo suo mostrerà ch'egli gli abbia cognosciuti. Or non più questo modo, per amore di Dio. Ma trattatelo come vicario di Cristo in terra, e trattatelo come caro vostro padre, sforzandovi senza indugio di fare la vostra possibilità. Gesù dolce, Gesù amore.

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