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Le lettere di Santa Caterina

Tratte da: "Le Lettere di S. Caterina da Siena - ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con proemio e note" di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore - 1860)

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CCXCVII - A Niccolo Soderini in Firenze

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.


Carissimo padre in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondato in vera e santa pazienzia: però che senza la pazíenzia non saremmo piacevoli a Dio, nè potremmo stare in stato di Grazia. Perocchè la pazienzia è il midollo della carità. Poich'ella ci è tanto necessaria, bisogno ci è di trovarla. Ma dove la troviamo? Sapete dove, dolcissimo e carissimo padre? In quello medesimo modo e luogo, dove noi troveremo l'amore. E dove s'acquista l'amore? L'amore lo troveremo nel sangue di Cristo crocifisso, che per amore lo sparse in sul legno della santissima croce; e dall'amore ineffabile che noi vediamo ch'egli ci ha, traiamo e acquistiamo l'amore. Perocchè colui che si vede amare, non può fare che non ami; amando, subito si veste della pazienzia di Cristo crocifisso, riposasi con questa dolce e gloriosa virtù nel mare tempestoso delle molte fadighe. Questa è quella virtù, che non si scorda della volontà di Dio: ella è forte, però che non è mai vinta, ma sempre vince, perché ella ha con seco la fortezza e la lunga perseveranzia; e però riceve il frutto d'ogni sua fadiga. Ella è una reina, che signoreggia la impazienzia, non si lascia vincere all'ira: non si pente del bene adoperato, del quale spesse volte ne riceve fadighe e tribulazioni; anco, gode e ingrassa, l'anima, di vedersi sostenere senza colpa.


Solo della colpa dobbiamo avere fadiga, e d'altro no: perocchè per la colpa perdiamo quello che è nostro. Che se ne perde? La Grazia, ch'è il sangue di Cristo, che è nostro, che non ci può essere tolto nè da dimonio nè da creatura se noi non vogliamo. Ma queste altre cose, ricchezze, onore e stato delizie, sanità e vita, e ogni altracosa, perché non sono nostre, ma sonci state date per uso, quando piace alla divina bontà, ci possono essere tolte. E però non ci dobbiamo turbare, nè venire a impazienzia, ma renderle senza pena; perocchè bisogno è di rendere e di lassare quello che non è nostro. Onde noi vediamo, che neuno è che possa tenere a suo modo; anco, gli convìcno lassarle: chè esse o lassano noi, o noi lassiamo loro col mezzo della morte. Poichè così è, bene è matto e stolto colui che ci pone disordinato e iscrabile affetto. Ma conviensi, come uomo virile, spogliare il cuore e l'affetto nostro da ogni cosa transitoria, e dall'amor proprio di noi, e abbracciarci con la santissima croce, dove noi troveremo l'amore ineffabile, gustando il sangue di Cristo; dove noi troveremo la pazienzia dell'umile e immacolato Agnello, Vedremo che con quello amor dolce, che egli ha data la vita per noi, dà, edha permesso e permette ogni nostra fadiga, tribolazione, e consolazione.


Parmi che la divina dolce bontà di Dio ora di nuovo v'abbia mostrato singolarissimo amore, avendovi fatto tenere per la dottrina e vita de' Santi; fattovi degno di sostenere per gloria e loda del nome suo, e per rendervi il frutto nella vita durabile, e non in questa vita. Ora è iltempo nostro, carissimo padre, a fare qualche bene per la salute nostra, a ponerci innanzi il sangue di Cristo perinanimarci alla battaglia; acciocchè non volliamo il capo adietro per impazienzia, nè veniamo meno sotto la potente mano di Dio; ma con pazienzia portare, facendoci beffe della propria sensualità, e del mondo con tutte le sue delizie; cognoscere la poca fermezza e stabilità loro. E così ci accorderemo con Paolo, dicendo: «Il mondo fa beffe di me, ed io di lui».


Vestirenci, e stringeremo in noi, la dottrina di Cristo crocifisso; diletterenci delle tribolazioni, non tanto che noi le fuggiamo, per conformarci con lui, che tanta pena sostenne per noi. Proveremo in noi la virtù della pazienzia, perché non si prova se non nel tempo delle tribulazioni; poi nell'ultimo, nella vita durabile riceveremo il frutto d'ogni nostra fadiga: ma non senza la pazienzia. E però vi dissi che io desideravo di vedervi fondato in vera e santa pazienzia; acciocchè, quando tornerete alla città nostra di Jerasalem, visione di pace, riceviate quel guadagno che nella via della peregrinazione avete acquistato. Confortatevi, e con dolcezza ricevete la medicina, che Dio v'ha data per la vita dell'anima vostra. Voglio che ragguardiate, carissimo padre, le grazie che Dio v'ha date e fatte, e la dolce providenza sua, la quale ha usata in questo punto, acciocchè l'anima nutrichi in sè la fonte della pietà, essendo grata e cognoscente a Dio.


Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Confortate Monna Costanza da parte di Cristo crocifisso; e ditele che ragguardi a chi ha più fadighedi lei, e voglia vedere quanto della gran tempesta Dio l'ha fatta tornare a convenevole bonaccia. Gesù dolce, Gesù amore.

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Lettera di Santa Caterina a Stefano Maconi

 
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