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Le lettere di Santa Caterina

Tratte da: "Le Lettere di S. Caterina da Siena - ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con proemio e note" di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore - 1860)

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CCLXXXIII - A Frate Tommaso della Fonte dell'ordine de' predicatori

Laudato sia il nostro dolce Salvatore.


A voi, dilettissimo e carissimo padre in Cristo Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, indegna vostra figliuola, scrivo nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio; con desiderio di vedervi trasformato e affocato nell'abbondantissimo sangue suo. Il qual sangue ci fa animare e correre in sul campo della battaglia; siccome fece quella dolce innamorata di Lucia, che tanto fu innamorata con una continua memoria del sangue del Figliuolo di Dio, che corse con animo virile a fare sagrifizio del corpo suo. Così prego io il dolce nostro Salvatore, che egli ci guidi a sbranare e a macellare, li corpinostri. Non vi maravigliate, carissimo padre, perché, io non mi posso saziare di questo sagrifizio. Perocchè di nuovo il dì della festa sua mi fece gustare il frutto del martirio suo, ritrovandomi per desiderio alla mensa dell'Agnello; il quale, diceva a me misera miserabile: «Io son mensa, e son cibo.» Ed essa mano dello Spirito Santo n'era porgitore, e dolcemente serviva a' veri gustatori. Ine si vedeva piena la dolce parola che disse la dolce bocca della Verità, cioè: «Nella casa del padre mio ha molte mansioni». O dolcissimo padre, quanto erano differenti i frutti delle virtù le quali avevano adoperate in questa vita; onde ognuno gustava con la natura angelica la somma beatitudine! Ine si vedeva tanta verità, che l'anima mia confessa, che io non ne fui mai amatrice. E però dimandavo nel cospetto di Dio per mezzo di lei, che ci rivestisse del vestimento della verità. Onde io sentii tanta rinovazione nell'anima mia, che la lingua non sarebbe sufficiente a dirlo. Oimè, oimè, che io non voglio dire più, se non che io prego quella dolcissima Luce, che ci conduca tosto a essere svenati per la verità.


Mandastemi dicendo, che io scrivessi a Catarina, e che io ne venisse tosto; e che Monna Agnese voleva fare il suo testamento. Onde sappiate che io non ho scritto a Catarina, nè all'altre mie dilettissime figliuole, per lo poco tempo che io ho. E così mi scusate a loro; e tutte le benedicete da parte di Gesù Cristo e mia e queste altre; mille migliaia di volte.


Sappiate che l'onore di Dio si vede nei prelati più che per me si vedesse mai. E parmi che Dio ci voglia dare mangiare dei buoni bocconi grossi. E anco vi dico che 'l monastero di Ripoli è escito delle mani del dimonio. Alessa, Catarina, e Cecca vi si mandano molto raccomandando. Catarina vostra schiava, serva de' servi di Dio, vi si raccomanda.

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