IL PALIO.SIENA .IT

Le lettere di Santa Caterina

Tratte da: "Le Lettere di S. Caterina da Siena - ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con proemio e note" di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore - 1860)

Ricerca  


lettere

CCLXVI - A misser Ristoro Canigiani

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.


Carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo,scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi privato d'ogni amore proprio e voi medesimo, acciocchè non perdiate il lume e cognoscimento, di vedere l'amore ineffabile che Dio v'ha. E però che 'l lume è quello che cel fa cognoscere, e l'amore è quella cosa che ci tolle il lume; però ho grandissimo desiderio di vederlo spennto in voi. Oh quanto è pericoloso alla nostra salute quest'amore proprio! Egli priva l'anima della grazia, perché gli tolle la carità di Dio e del prossimo; la quale carità ci fa vivere in grazia. Egli ci priva l'anima del lume, come dicemmo, perché offusca l'occhio dell'intelletto: tolto il lume andiamo in tenebre, e non conosciamo quello che ci è necessario. Che ci è di bisogno cognoscere? La grande bontà di Dio e la ineffabile carità sua verso di noi; la legge perversa che sempre impugna contro lo spirito, e la nostra miseria. In questo cognoscimento l'anima comincia a rendere il debito suo a Dio, cioè la gloria e lode al nome suo, amando lui sopra ogni cosa ,e 'l prossimo come sè medesimo; con fame e desiderio delle virtù: a sè rende odio e dispiacere, odiando in sè il vizio, e la propria sensualità ch'è cagione d'ognivizio. Ogni virtù e grazia acquista l'anima nel cognoscimento di sè, standovi dentro col lume, come detto è. Dove troverà l'anima la ricchezza della contrizione delle colpe sue, e l'abondanzia della misericordia di Dio? In questa casa del cognoscimento di sè.


Or vediamo se noi ce la troviamo o no. Parlianne alcuna cosa; perché, secondo che mi scrivete, voi avete desiderio d'avere contrizione de' vostri peccati; e non potendola avere, per questo lassavate la santa Comunione. E anco, vedremo, se per questo si debba lassare.


Voi sapete che Dio è sommamente buono, e amocci prima che noi fossimo; ed è eterna Sapienzia, e la sua potenzia in virtù è inestimabile: onde per questo siamo certi che egli può, sa e vuole darci quello che ci bisogna. E ben vediamo per pruova che egli ci dà più che noi non sappiamo addimandare, e quello che non è addimandato per noi. Pregammolo noi mai che egli ci creasse più creature ragionevoli alla immagine e similitudine sua, che animali bruti? No. Nè che egli ci creasse a Grazia nel sangue del Verbo unigenito suo Figliuolo, nè che egli ci si lassasse in cibo tutto sè Dio e tutto uomo, la carne e il sangue, il corpo e l'anima unita nella Deità? Oltre a questi altissimi doni, i quali sono sì grandi e tanto fuoco d'amore ci mostrano, che non è cuore tanto duro che a considerarli punto, non si dissolvesse la durizia e freddezza sua; infinite sono le grazie e doni che riceviamo da lui senza nostro addimandare.


Adunque, poich'egli dà tanto senza nostro chiedere; quanto maggiormente compirà e' desiderii nostri quando desidereremone cosa giusta? Anco, chi ce le fa desiderare e addimandare? solamente egli. Dunque se egli le fa addimandare, segno è che egli le vuole compire, e dare quello che noi addimandiamo.


Ma voi mi direte: «Io confesso che egli è ciò che tu dici;ma onde viene che molte volte io addimando e la Contrizione e dell'altre cose, e non pare che mi siano date?». Io vi rispondo: O egli è per difetto di colui che addimanda, dimandando imprudentemente, solo con la parola, e non con altro affetto; e di questi cotali disse 'lnostro Salvatore che 'l chiamamo Signore, Signore, dicendo che non saranno cognosciuti da lui: non, che egli non li cognosca; ma per li loro difetti non saranno cognosciuti dalla misericordia sua. O egli dimanda cosa che, avendola, sarebbe nociva alla salute sua; onde, non avendo quello che dimanda, si l'ha, perocchè egli 'l dimanda credendo che sia suo bene; e avendolo, gli farebbe male; e, non avendolo, gli fa bene; e così Dio ha compita la sua intenzione con la quale egli addimandava. Sicchè dalla parte di Dio, sempre l'abbiamo; ma è ben questo, che Dio sa l'occulto e 'l palese, e cognosce la nostra imperfezione: onde vede che se subito ci desse la grazia come noi la dimandiamo, noi faremmo come l'animale immondo che levato dal mèle 'l quale è dolcissimo, non si cura dappoi di ponersi in su la cosa fetida. Così vede Dio che spesse volte facciamo noi; che, ricevendo delle grazie e delli beneficii suoi, participando la dolcezza della sua carità, non curiamo di ponerci in su le miserie, tornando al vomito del fracidume del mondo. E però Dio alcuna volta non ci dà quello che addimandiamo, così tosto come vorremmo, per farei crescere in fame e in desiderio; perocchè si diletta, cioè piacegli, di vedere innanzi a sè la fame della sua creatura.


Alcuna volta farà la grazia dandola in effetto, ma non per sentimento. Questo modo usa con providenzia, perché cognosce che, s'egli se la sentisse avere, o egli allenterebbe la fune del desiderio, o verrebbe a presunzione: e però sottrae il sentimento, ma non la grazia. Altri sono che ricevono e sentono, secondo che piace alla dolce bontà sua, come nostro medico, di dare a noi infermi, e a ognuno dà per quello modo che bisogna alle nostre infermità. Adunque vedete che, in ogni modo, l'affetto della Creatura col quale dimanda a Dio, sempre è adempito. Ora vediamo quello che dobbiamo addimandare, e con che prudenzia.


Parmi che la prima dolce Verità c'insegni quello che dobbiamo addimandare, quando nel santo Evangelio riprendendo l'uomo della disordinata sollecitudine sua, la quale mette in acquistare e tenere gli stati e ricchezze delmondo, disse: «Non vogliate pensare per lo dì di domane. Basta al dì la sollecitudine sua». Qui ci mostra, che con prudenzia ragguardiamo la brevità del tempo. Poi soggiunge: «Domandate prima il reame del cielo; chè queste cose minime, ben sa il Padre celestiale che voi avete bisogno». Quale è questo reame? e come s'addimanda? è 'l reame di vita eterna, e il reame dell'anima nostra, il quale reame dell'anima, se non è posseduto dalla ragione, giammai non entra nel reame di Dio. Con che s'addimanda? Non solamente con la parola (già abbiamo detto che questi cotali non sono cognosciuti da Dio), ma con l'affetto delle vere e reali virtù. La virtù èquella che dimanda e possiede questo reame del cielo: la quale virtù fa l'uomo prudente, che con prudenzia e maturità adopera in onore di Dio, in salute sua e del prossimo. Con prudenzia porta e sopporta i difetti suoi; con prudenzia ordina l'affetto della carità, amando, Dio sopra ogni cosa, e 'l prossimo come sè medesimo. L'ordine è questo: che egli dispone di dare la vita corporale per lasalute dell'anime, e la sostanzia temporale per campare il corpo del prossimo suo. Quest'ordine pone la carità prudente. Se fosse imprudente, sarebbe tutto 'l contrario: come fanno molti che usano una stolta e matta carità, che molte volte, per campare il prossimo loro (non dico l'anima, ma il corpo) ne pongono l'anima loro, con spargervi menzogne, dando false testimonianze. Costoro perdono la carità, perché non è condita con la prudenzia.


Veduto abbiamo che ci conviene addimandare il reame del cielo prudentemente; ora vi rispondo al modo che dobbiamo tenere della santa Comunione e come ci la conviene prendere. E non dobbiamo usare una stolta umiltà, come fanno gli uomini secolari del mondo. Dico che ci conviene prendere questo dolce Sacramento, perché egli è cibo dell'anima, senza il qual cibo noi non possiamo vivere in Grazia. Però che neuno legame è tanto grande che non si possa e debba tagliare per venire a questo dolce Sacramento. Debbano fare l'uomo dalla parte sua ciò che può; e bastagli. Come il dobbiamo prendere? Col lume della santissima fede, e con la bocca del santo desiderio. Col lume della fede ragguarderete tutto Dio e tutt'uomo in quell'ostia. Allora l'affetto che va dietro all'intelletto, prende con un affettuoso amore e con una santa considerazione de' difetti e peccati suoi; onde viene a contrizione; e considera la larghezza dell'inestiniabile carità di Dio, che con tanto amore se gli è dato in cibo. E perché non gli paia avere quella perfetta contrizione e disposizione che esso medesimo vorrebbe, non debbe lassare; perché solo la buona volontà è sufficiente, e la disposizione che dalla sua parte è fatta.


Anco dico che cel conviene prendere, siccome fu figurato nel Testamento Vecchio, quando fu comandato che si mangiasse l'agnello arrostito e non lesso; tutto e non parte; cinti e ritti, col bastone in mano; e il sangue dell'agnello ponessero sopra 'l liminare dell'uscio. Per questo modo ci conviene prendere questo Sacramento: mangiarlo arrostito, e non lesso; chè essendo lesso, v'è inmezzo la terra e l'acqua, cioè l'affetto terreno, e l'acquadel proprio amore. E però vuol essere arrostito, e non v'è mezzo veruno. Allora si prende arrostito quando il riceviamo col fuoco della divina dolce carità. E dobbiamo esser cinti col cignolo della coscienzia: chè troppo sarebbe sconvenevole cosa che a tanta mondizia e purità s'andasse con la mente e col corpo immondi. Dobbiamo stare ritti, cioè, che 'l cuore e la mente nostra sia tutta fedele e drizzata in Dio; col bastone della santissima croce, onde noi traiamo la dottrina di Cristo crocifisso. Ciò è quel bastone al quale no' ci appoggiamo, e che ci difende da' nemici nostri, cioè da mondo, dal dimonio, e dalla carne. E conviensi mangiarlo, tutto, e non parte: cioè, che col lume della fede dobbiamo ragguardare non solamente l'umanità in questo Sacramento, ma il corpo e l'anima di Cristo crocifisso unita e impastata con la deità, tutto Dio e tutto uomo. Convienci tollere il sangue di questo Agnello, e ponercelo in fronte, cioè confessarlo ad ogni creatura ragionevole, e non dinegarlo mai nè per pena nè per morte. Or così dolcemente ci conviene prendere questo Agnello arrostito al fuoco della carità in sul legno della croce. Così saremo trovati segnati del segno di Tau, e non saremo percossi dall'Angelo percussore.


Dissi che non ci conviene fare, nè voglio che facciate, come molti imprudenti secolari, i quali trapassano quello che gli è comandato dalla santa Chiesa, dicendo: «Io non ne son degno». E così passano lungo tempo col peccato mortale senza il cibo dell'anime loro. O umiltà stolta! E chi non vede che tu non ne sei degno? Qual tempo aspetti d'esser degno? Non l'aspettare; chè tanto ne sarai degno nell'ultimo, quanto nel principio. Chè con tutte le nostre giustizie, mai non ne saremo degni. Ma Dio è colui che è degno, e della sua dignità fa degni noi. La sua dignità non diminuisce mai. Che dobbiamo fare? Disponerci dalla parte nostra, e osservare il dolce comandamento. Che se noi non facessimo così; lassando la Comunione, per siffatto modo, credendo fuggir la colpa, cadremmo nella colpa.


E però io concludo, e voglio, che così fatta stoltizia non sia in voi; ma che vi disponiate, come fedele Cristiano, a ricevere questa santa Comunione per lo modo detto. Tanto perfettamente il farete, quanta starete nel vero cognoscimento di voi: altrimenti no. Perocchè, standoci, ogni cosa vedrete schiettamente. Non allentate il santo desiderio vostro per pena nè per danno, nè per ingiuria o ingratitudine di coloro ai quali voi avete servito; ma virilmente con vera e lunga perseveranzia persevererete insino alla morte. E così vi prego che facciate per amor di Cristo crocifisso. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio, Gesù dolce, Gesù amore.

lettera precedente lettera successiva
lettere
Lettera di Santa Caterina
Lettera di Santa Caterina a Stefano Maconi

 
  • Good&Cool
Per migliorare la tua navigazione su questo sito, utilizziamo cookies e altre tecnologie che ci permettono di riconoscerti. Utilizzando questo sito, acconsenti agli utilizzi di cookies e delle altre tecnologie descritti nella nostra informativa sui cookies.
OK