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PANDOLFO PETRUCCI

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Tratto dal libro "La storia di Siena" di Giuseppe Bortone

Pandolfo Petrucci

Quando, nel 1494, le milizie di Carlo VIII si presentarono in Toscana, fu affidato a lui il comando di trecento approvvigionati a guardia della città; mentre il Re francese lo chiamava amico e lo nominava cavaliere. Ed egli ne profittò; sì che provvide ad accumular ricchezze, persuaso che quella era la via più comoda e più breve per arrivare a dominare.

Una congiura ordita contro di lui nel 1496, della quale era a capo Luzio Belanti, fallì. Il Belanti dovette fuggire da Siena, d'onde venne bandito come ribelle, e sulla sua persona fu messa una taglia di 5000 ducati; sì che la congiura non servì che ad accrescere l'autorità ed il prestigio di Pandolfo; tant' è che, l'anno dopo, entrò a far parte della nuova balìa di quarantacinque membri, eletta per cinque anni.

In questo periodo erano frequenti i tentativi di Piero de' Medici per rientrare in Firenze, e i tentativi di Firenze per riassoggettare Pisa. Pandolfo, astutamente barcamenandosi fra Piero, Firenze e Pisa, riuscì a consolidare la sua potenza in Siena. Nel 1502, la sua autorità era grandemente cresciuta: poteva ormai dirsi che il governo di Siena era accentrato nelle sue mani. Aveva sì dei nemici; ma i più erano suoi seguaci e sostenitori: tanto che, nella balia di cui, ufficialmente, egli era solo un membro, prevaleva sempre la sua opinione.

A poco a poco, riuscì a sbarazzarsi di quelli: Luzio Belanti esiliato; a Firenze, fece assassinare il fuoruscito Ludovivo Luti, il quale, pur dall' esilio, si opponeva alle mire ambiziose di lui; in ultimo, fece uccidere lo stesso suocero Niccolò Borghese; mentre, distribuendo cariche e privilegi ai seguaci, se ne accaparrava la devozione e la riconoscenza.

Di lui il Machiavelli scriveva: «È un uomo di assai prudenza in uno stato tenuto da lui con grande riputazione, e sanza avere drento o fuora capi inimici di molta importanza per averli morti o riconciliati». Intanto, cadevano a uno a uno i principi di Romagna, vittime del Duca Valentino che ambiva a creare un suo Stato nell'Italia centrale. I Senesi e Pandolfo, temendo per sé, si allearono con i Perugini e stipendiarono il capitano Giampaolo Baglioni.

La condotta di Pandolfo col Valentino fu quella che si può facilmente immaginare; una condotta accorta, ma ambigua; quella che aveva già felicemente sperimentata con Piero, con Firenze, con Pisa; che sperimenterà col re di Francia, col Papa, con tutti. Invero, mentre si alleava con altre città e con altri principi contro il Valentino, faceva di tutto per dargli a credere che egli era devoto.

Ma il Valentino non abboccava e, da maestro perfetto nell' arte del simulare, fingeva di credere a lui, dispensava sorrisi agli alleati di lui e si veniva segretamente preparando a sbarazzarsi, con le sue note male arti, di tutti. Nel 1501, fu ordita in Siena una congiura contro il Petrucci, al quale il Valentino non era estraneo. Scoperta, furono imprigionati ventidue cittadini, tre dei quali furono condannati a morte.

Nei primi del 1502, capitolava Perugia. Ormai si era sicuri che presto il Valentino, con le sue milizie, sarebbe comparso alle porte di Siena; per cui si provvide ad aumentare il numero degli armati. «La sera dell'8 di gennaio, giunsero in Assisi, dove trovavasi con le sue genti il Valentino, tre oratori senesi - Anton Maria Cinughi, Luca Martini e Gerolamo Tolomei - per chiedergli, a nome della balìa, per qual cagione mai volesse far guerra a Siena».

Il Valentino rispose che egli odiava solo Pandolfo, il quale aveva tentato, insieme con altri, di cacciarlo dagli stati suoi; e che qualora la balia avesse dichiarato fuoruscito e ribelle Pandolfo, egli avrebbe volentieri fatto accordo e pace con la città: «quando che no, veniva con lo esercito per questo effetto, e gl'incresceva avere ad offendere altri, ma che se ne scusava con Dio, con gli uomini, e con loro, come colui che era vinto dalla necessità, e da un ragionevole sdegno verso colui, che non gli bastava solo tiranneggiare una delle prime città d'Italia, ma voleva ancora con la ruina di altri possere dare le leggi a tutti i suoi vicini».

La balìa gli rispose che era male informato intorno alle intenzioni e ai sentimenti di Pandolfo; che egli «non si comportava da tiranno, ma da modestissimo cittadino; se di qualche privilegio godeva, glielo aveva concesso il popolo riconoscente de servigi che gli aveva arrecati e pei pericoli che aveva saputo evitare alla città».

E, il giorno seguente, la balia comunicava ai tre messi della Repubblica che tutti i monti si erano adunati e avevano deliberato «mettare non solamente la roba, ma la propria vita per la salute de la patria et de la persona di Pandolfo, con tanto amore e carità, quanta mai si fusse dimostrata in qualunche altra occorrentia in questa città». Il Valentino, però, la pensava diversamente dai Senesi: egli riteneva che Pandolfo era «una favilla da temerne, quando fosse restata in piedi, grandi incendii».

Quando Pandolfo si accorse che non c'era via di scampo, propose egli stesso ai tre monti di allontanarsi: anche perché capiva che era questo il mezzo migliore per essere richiamato o per rientrare presto in città. Ma i circa seicento «tutti unitamente risposero che non volevano si dipartisse; anche che stessi cum loro insieme a difendere la patria et a morire prima che abandonar quella»; due giorni dopo quasi tutto il popolo di Siena si unì gridando: «Lupa, libertà e Pandolfo!» e in un'adunanza del Monte dei Nove, insistendo ancora Pandolfo nel proposito di allontanarsi, tutti gli risposero che «parlandone più, lo taglierebbeno a pezzi».

Ma il Valentino non desisteva: inviò ancora un messaggio alla balia di Siena, nel quale diceva: «Juramo ad Dio che se in qualunque hora receperite la presente, non haverete o già cacciato o non caccierete immediatamente senza più dilatione el dicto Pandolpho; nui reputaremo ogniuno de voi in loco de Pandolpho et senza intermissione alchuna ce muoveremo ad totale exterminio de tutte le terre, subditi et beni vostri et de la vostra città, et vostre proprie persone».

La balia seriamente impensierita, affrettò allora la già decretata partenza di Pandolfo: e questi uscì dalla città il 28 di gennaio, dopo aver baciato i colleghi di balia e fra il pianto di molti cittadini. Ma egli non rimase che due mesi fuori di Siena; perché la balìa, in seguito a formale e reiterata ingiunzione del Re di Francia, e ad intercessione dei Fiorentini, ne deliberò il ritorno, raccomandandogli di venire «modesto e con poca comitiva», perché potesse «in pace insieme con li altri fruire la dolce patria: come è comune desiderio di tutti i cittadini».

Dopo il ritorno in Siena, avvenuto il 29 di marzo del 1502 l'autorità e la potenza di Pandolfo crebbero a dismisura: si attribuiva a lui il merito del fallimento dei propositi del Valentino contro la città; l'esilio quasi volontario, per risparmiare danni alla patria, gli cingeva il capo di un'aureola di martirio; la considerazione in cui era stato tenuto dal Re di Francia; il fatto che si offrì di anticipare la somma di diecimila scudi da pagare al Re cristianissimo, e che inviò a questo, come ostaggio, il figlio Borghese «la più cara cosa che habbi al mondo»; la lega da lui stretta col Papa Giulio II diedero buon gioco ai suoi partigiani; sì che egli più volte fu autorizzato ad eleggere i membri di balìa e a vendere alcune cariche; sì che egli stesso «ritenevasi ormai superiore alle leggi, le quali, diceva, poiché sono opera degli uomini, possono anche gli uomini distruggerle o violarle». Si giunse perfino a fare una eccezione per le figlie e per le nuore di Pandolfo alla legge che vietava il soverchio lusso alle donne.

Però il crescere stesso della sua potenza aveva suscitate molte invidie e riaccesi antichi rancori. Un'altra congiura fu ordita contro di lui dalla famiglia Belanti, sebbene legata a Pandolfo da intimi legami di parentela. Causa occasionale ne fu, sembra, l'avere Pandolfo promesso in moglie la figlia Sulpizia a Giulio Chigi. Pandolfo riuscì a sfuggire all' agguato; e i Belanti, invitati dalla balìa a giustificarsi entro tre giorni, non essendosi presentati, furono dichiarati fuorusciti e ribelli, e i loro beni confiscati.

Gli ultimi atti importanti della vita pubblica di Pandolfo furono la cessione di Montepulciano ai fiorentini, che gli è stata aspramente rimproverata dagli storici, l'alleanza stretta coi medesimi e col Re di Spagna; il quale ultimo s'impegnava a «difendere il governo della repubblica di Siena, ed in specie il magnifico Pandolfo Petrucci, e di mantenere lui e i suoi figliuoli nella dignità e nella potenza in cui allora si trovavano».

Aveva ormai circa sessant'anni, essendo nato il 4 di febbraio del 1452, ed era ammalato d'asma. Di un attacco appunto d'asma morì nel maggio del 1512. La balìa, adunatasi il dì seguente, deliberò che «i funerali si facessero a pubbliche spese, e dette incarico al priore di eleggere una commissione di sei deputati, per eseguire o far eseguire quanto il collegio di balìa avesse deliberato di fare riguardo ai funerali e alle altre manifestazioni di pubblico cordoglio. Derogando a una deliberazione già presa alcuni anni innanzi stabilì d'intervenire ai funerali e di recarsi collegialmente a presentare le sue condoglianze a Borghese Petrucci». «La balìa fiorentina mandò a con dolersi il suo segretario Niccolò Machiavelli».

Dopo solenni esequie, fu sepolto nella sacrestia della chiesa dell'Osservanza. Per i maneggi del suo abilissimo segretario Antonio da Venafro, tutti i pubblici uffici e tutte le magistrature passarono nelle mani del primogenito Borghese. Poco dopo, Giulio II, accordatosi segretamente con l'imperatore Massimiliano, comprò da lui, per trentamila ducati d'oro, i diritti dell'impero sulla città di Siena, «e l'indipendenza della città potè salvarsi dalla minaccia che le sovrastava sol perché la morte impedì al pontefice di attuare il piano col quale egli voleva ampliare il dominio del Duca di Urbino, suo nipote».

Borghese, però, avendo ereditato i difetti del padre e nessuna delle virtù di lui nel disbrigo delle faccende di Stato, si fece presto odiare da tutti i cittadini, sì che, dopo appena tre anni, fu dichiarato ribelle, insieme col fratello Fabio, e dovette fuggire. Per influenza di Leone X, fu sostituito dal cugino cardinale Raffaello, castellano di Castel S. Angelo e vescovo di Grosseto - più tardi cardinale - e essendosi questi spento nel 1522, dal figlio minore di Pandolfo, Fabio, che una frazione del Monte dei Nove era riuscita a far rientrare in Siena. Fabio non si dimostrò migliore del fratello; tanto che, nonostante avesse sposato Caterina de' Medici, nipote di Clemente VII, dopo meno di due anni fu costretto a fuggire da Siena.

Il periodo della dittatura del Petrucci è uno dei più interessanti e de' più discussi della storia di Siena. Pandolfo non fu un vero e proprio uomo di Stato dalle vaste concezioni politiche; ma fu senza dubbio una personalità di grande rilievo, molto amato e molto odiato, che richiamò su di sé l'attenzione di tutta l'Italia e di mezza Europa. Egli realizzò a Siena l'esperimento della Signoria che si potè affermare in Italia come sistema politico soprattutto in virtù dell' abilità e della spregiudicatezza del Signore.

La colpa che gli si fa è quella di aver tiranneggiato la sua patria. Ma era forse possibile, in una delle città più turbolente del tempo, dilaniata incessantemente dalle fazioni, qual'era Siena, governare in altro modo? E chi può negare che, grazie al suo polso di ferro, la sua patria potè godere di un periodo di pace e di un relativo benessere? Né si può senz'altro affermare ch'egli lo fece unicamente perché spinto da sfrenata ambizione, da interesse privato, da mire personali. Se altre prove non esistessero a dimostrare ch'egli amava ardentemente la patria, basterebbe il messaggio alla balìa di Firenze con cui le annunziava il suo richiamo in Siena. «Et così, Deo dante, accompagnato da li oratori del Christianissimo Re, et con grande moltitudine de la civiltà et nobiltà senese, pacificamente et senza tumulto e strepito alcuno, so' entrato in la dolce patria mia».

L'altra colpa che gli si attribuisce è quella di non aver esitato di fronte a qualsiasi mezzo per sbarazzarsi de' nemici, e della doppiezza. Ma questi erano i metodi, purtroppo, imposti dai tempi, e adottati da tutte le Signorie per affermarsi. Egli stesso quasi giustificò la sua condotta con la risposta data al Machiavelli, quando questi, per la seconda volta, venne legato dei fiorentini a Siena: «lo ti dico come disse il re Federigo ad un mio mandato in un simile quesito; e questo fu che io mi governassi dì per dì, e giudicassi le cose ora per ora volendo meno errare, perché questi tempi sono superiori ai cervelli».

Pandolfo professava una particolare divozione a S. Maria Maddalena, che teneva per sua protettrice, perché, appunto nel giorno sacro alla bella penitente, cioè il 22 di luglio del 1487, i Noveschi ricuperarono la patria d'onde avevano dovuto esulare cinque anni prima. E largo di protezione e di aiuti fu al monastero a quella Santa intitolato, che era presso le mura della città, fuori Porta Tufi; tanto che ottenne da papa Giulio II che altri ricchi monasteri gli fossero aggregati, e lo ricordò nel suo testamento, lasciandogli duemiladuecento fiorini d'oro.

Non minore dell'ambizione fu l'amore di Pandolfo per la magnificenza e per l'arte. I contemporanei gli diedero l'appellativo di Magnifico. Egli invero non fu da meno degli altri principi del tempo nel mecenatismo. Fece costruire per sé - su disegno, pare, del Cozzarelli - il palazzo di via dei Pellegrini, dalle bellissime campanelle, i cui saloni erano decorati da affreschi del Pinturicchio e del Signorelli andati purtroppo dispersi. Fra le altre opere d'ornamento della città, voleva circondare di un porticato la Piazza del Campo. Grazie a lui' Siena giunse a rivaleggiare, per breve periodo di tempo, con lo splendore della stessa Firenze.

Nel Rinascimento infatti Siena non fu soltanto una repubblica indipendente con una sua politica autonoma e una sua attiva partecipazione alle vicende civili e militari dei maggiori Stati italiani: fu anche e soprattutto un centro di cultura insigne nel campo delle arti. La scuola pittorica senese del Trecento non si estinse: la grande tradizione di Duccio e di Simone Martini anche quando, intorno al 1350, scompaiono i Lorenzetti, che ne avevano raccolto l'eredità, continua nell'arte di Taddeo di Bartolo, di Domenico di Bartolo, del Sassetta, di Sano di Pietro, del Vecchietta. I loro soggetti sono ancora sacri e l'artista vi si immerge e vi si oblìa: il richiamo terreno, che si fa sentire altrove, qui resta remoto, inascoltato. Per loro, com'è stato detto, l'artista è ancora l'umile creatura che muove la mano secondo i dettami di Dio.

Nel 1525, fu costituita una nuova balìa, a capo della quale fu messo Alessandro Bichi, del partito dei Noveschi, un mercante fallito per sessantamila ducati, uomo di bella intelligenza e, forse, di buoni propositi, ma non troppo amico della classe popolare e perciò alla medesima non molto accetto. Egli cominciò coll'ordinare che tutti i cittadini consegnassero le armi, meno una spada per ciascuno. Ma consegare le armi non voleva dire disarmare gli spiriti, ora specialmente che un altro partito era sorto - i Libertini - col programma di liberare la città da ogni forma di tirannide.

Questi erano nemici dichiarati della nuova balìa e dei Noveschi in genere, sopra tutto perché costoro si erano alleati con Clemente VII, divenendo strumenti della non disinteressata politica di lui, e perché, con l'aiuto di un presidio francese, erano riusciti a impadronirsi del governo della città. - Il malumore prese forma concreta di sollevazione popolare quando si seppe in Siena che l'esercito francese era stato sconfitto, nel 1525, a Pavia. I libertini trionfarono: Alessandro Bichi cadde trafitto nel palazzo arcivescovile; i Noveschi furono, ancora una volta, ricacciati in esilio.

La cosa non era andata a garbo al papa; e, mentre Siena tornava a reggersi con un governo popolare - di cui mente ed anima era Mario Bandini - milizie papali e fiorentine, guidate da valenti generali, muovevano contro la città e venivano ad accamparsi fuori porta Camollia.

Contro quell'esercito attestato fuori delle mura i Senesi sapevano di aver pochi armati, e quei pochi né addestrati né comandati come le milizie fiorentine e pontificie. E allora invocarono l'aiuto celeste; ancora una volta consegnarono solennemente le chiavi della città alla Vergine patrona della Repubblica. Poi, la mattina del 25 luglio del 1526, si tentò una simultanea irruzione improvvisa ed impetuosa, dalle porte di Camollia e di Fontebranda, mentre la campana del Mangia, suonando a martello, chiamava tutti i cittadini alle armi. Prima che i nemici si fossero riavuti dalla sorpresa, le loro artiglierie erano già cadute in mano dei Senesi. La lotta fu accanita; le soldatesche pontificie e fiorentine, pur assai superiori di numero, travolte, si diedero a fuga disordinata, lasciando in mano dei vincitori prigionieri, cavalli, cannoni, carri, stendardi.

Clemente VII avrebbe voluto subito vendicarsi dei Senesi; ma ne fu trattenuto dalle soldatesche imperiali che marciavano contro Roma, per occuparla e saccheggiarla, come fecero. E purtroppo nel Congresso di Bologna del 1529, quando il Papa, riconciliato si con l'Imperatore, solennemente lo incoronava, i Senesi avevano già inconsapevolmente sottoscritto l'atto di rinunzia alla loro cara e gloriosa indipendenza.

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