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GIOVANNI DI BARTOLO

Tratto da "Senesi da ricordare" di Marco Falorni.

Orafo.
N. Siena - m. dopo il 1376

E' stato da alcuni ipotizzato come parente stretto di Bartolo di Fredi e di Taddeo di Bartolo.

Quel che è certo, comunque, è che fu operoso per molti anni in Avignone, dove nel 1369-72 realizzò, insieme ad un tal Giovanni di Marco, due reliquiari coi busti di S. Pietro e di S. Paolo, donati da Urbano II alla Basilica Lateranense e di cui oggi si è perduta purtroppo ogni traccia.

Di lui si conserva invece il reliquiario di S. Agata, del 1376, nella Cattedrale di Catania, col busto della Santa fiancheggiato da due Angioli genuflessi; l'opera, riccamente adorna di smalti, è però di un carattere un po' troppo lezioso.


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Tratto da http://www.treccani.it


Non si conosce la data di nascita di questo orafo senese documentato dal 1364 al 1404.

Si deve a Müntz (1888, al quale si rimanda per i documenti citati ove non altrimenti indicato) l'aver fatto luce per la prima volta sull'intensa attività di Giovanni, del quale tuttavia è giunta sino a noi un'unica opera, il busto reliquiario di S. Agata, realizzato nel 1376 e conservato nella cattedrale di Catania. In un elenco di orafi attivi a Siena, datato 1363, il nome di Giovanni non figura forse perché a quella data l'artista aveva già lasciato Siena per la corte papale ad Avignone, città nella quale risiedette quasi continuativamente, a eccezione di alcuni brevi soggiorni a Siena e a Roma. Il nome di "Johannes Bartoli" compare nei Registri della Camera apostolica dell'Archivio segreto Vaticano per la prima volta sotto il pontificato di Urbano V, in un documento datato 1364 in cui si annota un pagamento di 25 fiorini e 6 soldi per la fattura di 15 scodelle d'argento.

Giovanni nel 1365 ricevette l'incarico di realizzare una rosa d'oro destinata alla messa celebrata dal papa durante la quarta domenica di Quaresima; per questo lavoro venne pagato la somma di 122 fiorini e 22 soldi.

La rosa, presente sull'altare durante la funzione religiosa e oggetto della predica del pontefice, veniva successivamente portata in processione e donata dal papa a una delle massime personalità del tempo o, più raramente, a una istituzione ecclesiastica. Si trattava di un conferimento molto ambito, quasi un dono diplomatico, attribuito in quella precisa domenica di Quaresima in cui si annunciava la Pasqua e veniva cantato il "Laetare Hierusalem" in ricordo della fine della cattività babilonese del popolo di Israele (K. Otavsky, La rose d'or du Musée de Cluny, in La Revue du Louvre, XXXVI [1986], pp. 383 s.)

Nel 1367 eseguì due rose d'oro, dodici calici d'argento dorato e un'idria d'argento. Restaurò inoltre un pontificale e un turibolo e assolse alla doratura e argentatura di suppellettili diverse. In un documento del 5 giugno 1367, dove viene registrato il pagamento di due rose d'oro (una eseguita nel 1366) e di sei ampolle d'oro per il vino, Giovanni viene qualificato come "argentario Avinione commorante". In questo stesso anno ricevette l'allogagione per opere di varia natura: la doratura e il restauro di un calice papale, il restauro di un turibolo e del bastone di una croce astile, la fattura di un secchiello con aspersorio e di un bacino, per la somma complessiva di 50 fiorini e 5 soldi.

Nel 1368 è di "Johanni Bartoli de Senis argentario, Curiam Romanam sequenti" una rosa d'oro ornata di tre zaffiri, dono per Giovanna I d'Angiò regina di Sicilia, e il restauro di una croce pontificia, lavoro per il quale ricevette la somma complessiva di 149 fiorini e 12 soldi. Risale a questo periodo anche il suo viaggio a Roma al seguito di papa Urbano V, il quale sperava di poter riprendere possesso definitivo della città. In questo stesso anno, nel corso di una solenne cerimonia nell'oratorio di S. Lorenzo (il Sancta Sanctorum), furono rinvenute, alla presenza del pontefice, le teste dei ss. Pietro e Paolo conservate in due cassette d'argento; per tale motivo Urbano V commissionò a Giovanni due busti reliquiario in argento dorato, destinati a conservare le preziose reliquie, da porre nel tabernacolo di S. Giovanni in Laterano. Due documenti, del 1368 e 1369, registrano avvenuti pagamenti per l'acquisto dei materiali e per tutti gli interventi accessori necessari all'esecuzione di questi manufatti, stimati per un valore di 30.000 fiorini, curati, tra gli altri, dall'argentiere Giovanni di Marco. Di tali busti, conservati in S. Giovanni in Laterano sino al 1799, anno in cui vennero fusi e distrutti, si conserva memoria nella dettagliata descrizione di Baldeschi e Crescimbeni (1723), accompagnata da una piccola incisione, e nell'acquaforte presente nell'opera di Séroux d'Agincourt (tav. XXXVII).

Da entrambe le tavole si rileva che lungo la base, articolata su tre livelli, correvano le iscrizioni in smalto nelle quali venivano menzionati la committenza papale, l'anno di esecuzione e il dono di Carlo V re di Francia incoronato nel 1364: due gigli d'oro ornati di gemme. Nel busto di S. Pietro, in particolare, era inciso anche il nome dell'esecutore "Joannes Bartoli de Senis Aurifaber". I reliquiari, arricchiti di gioielli, pietre preziose e perle, presentavano, nella fascia mediana della base, raffinati smalti traslucidi; nel busto di S. Paolo erano raffigurati, tra gli altri, la Decollazione del santo, la Prigionia e la Lapidazione di s. Stefano; in quello di S. Pietro la Crocifissione, la Navicella, la Consegna delle chiavi, la Caduta di Simon mago.

La presenza di smalti traslucidi o en basse taille conferma la piena adesione dell'artista alla tradizione orafa senese cui Giovanni diede un suo personale, felice e innovativo contributo di matrice limosina nella realizzazione dei volti dei santi, non in metallo - come, per esempio, nei reliquiari di s. Felicita e s. Flaviano della cattedrale di Montefiascone, opera di Giacomo di Guerrino (metà del XIV secolo), o nel busto di S. Cristina degli inizi del XV secolo (Siena, ospedale di S. Maria della Scala) - ma con il volto e il collo ricoperti di smalto color carne, la barba "bionda lunga" nella figura di s. Paolo e "bianca riccia" in quello di s. Pietro (Baldeschi - Crescimbeni, pp. 108, 111).

Nel 1370 Giovanni fece probabilmente ritorno ad Avignone sempre al seguito di Urbano V, al quale, nello stesso anno, succedette Gregorio XI. Nel 1372 risulta pagato per il restauro e la brunitura di vasellame papale e per l'esecuzione di una rosa d'oro adorna di zaffiri e perle. A partire da questo anno, su buona parte dei documenti, il nome dell'artista appare preceduto dall'appellativo "magistro" seguito dalla definizione "domini pape", termini che attestano la posizione di indubbio prestigio da lui raggiunta presso la corte papale.

Nel 1373 è documentato il pagamento per il conio di monete, mentre nel corso dell'anno successivo una serie di documenti registra l'allogagione di due rose d'oro, di cui una con zaffiro e due granate. Nello stesso anno venne pagato per il restauro e la fattura di "jocalibus", ovvero piccoli oggetti preziosi, forse gioielli, in oro, argento dorato e smalto. Nel 1375 realizzò una rosa d'oro con zaffiro e due granate, da mandare in dono al figlio del duca di Andria, e ricevette la commissione per la fattura di un reliquiario in argento e oro, destinato a contenere il braccio di s. Andrea, per un prezzo di 2566 fiorini.

Questa tipologia di reliquiario incontrò notevole fortuna; a Siena, in particolare, si ricordano i reliquiari di s. Luca e di s. Ludovico da Tolosa (Parigi, Musée du Louvre), attribuiti a Lando di Pietro, eseguiti nella seconda metà del Trecento, e il braccio reliquiario di s. Biagio, di Goro di ser Neroccio, datato 1437 (E. Cioni, Scultura e smalto nell'oreficeria senese dei secoli XIII e XIV, Firenze 1998, pp. 296-300).

Nel 1376 Giovanni eseguì una zona d'argento dorato, una piccola croce d'oro e accessori per vesti sacerdotali; brunì sette tazze e un calice per il vino; infine eseguì il restauro di un fermaglio d'oro con perle, ricevendo un compenso complessivo di 31 fiorini e 8 denari. In questo stesso anno modellò la rosa d'oro per la consueta messa del "Laetare Hierusalem", destinata al visconte di Villamuro, adorna di uno zaffiro e due granate. Ancora il 23 dicembre intervenne su reliquiari diversi da saldare, brunire, argentare e dorare, e sul reliquiario conservato nella "grande cappella" del papa, da restaurare. Inoltre brunì e riparò una coppa d'oro, brunì un'idria ed eseguì un anello "in Massilia", ovvero la città di Marsiglia.

Il 1376 è anche l'anno di esecuzione del già menzionato busto reliquiario di S. Agata conservato nella cattedrale di Catania. Giovanni ricevette questa importante commissione dal vescovo di Catania Marziale, forse in occasione di un suo viaggio ad Avignone nel 1373 dove, secondo quanto tramandano gli storici, si era recato inviato da Federico III d'Aragona re di Sicilia per comunicare a papa Gregorio XI la sua ascesa al trono. Il vescovo morì nel 1376 e l'opera, compiuta per il suo successore Elia, fu portata a Catania l'anno successivo.

La lettura dell'opera, in argento dorato, è resa difficile dai vari doni accumulati nel corso dei secoli sul busto della santa; tuttavia, grazie alle tavole presenti nel contributo di M. Accascina è possibile vederla spoglia: essa appare vicina ai due esemplari romani, soprattutto per la presenza di smalti traslucidi che ne ornano la base, per la tipologia della santa che tiene nella mano destra la croce astile, in un'attitudine che rimanda alla figura di s. Paolo con la spada, e nell'incarnato del volto e delle mani non aureo, ma colorato con smalto opaco; due angeli inginocchiati, sempre in argento dorato, sono posti su due piccole mensole ai lati del busto. Lungo la base corre l'iscrizione, incisa e completata a smalto, che conserva memoria dei committenti e dell'anno di esecuzione, insieme con il nome dell'artista "Joannes Bartolus fuit genitor celebris sui patria Sene". Gli smalti in basse-taille che ornano la base del reliquiario rappresentano due episodi della vita di s. Agata (La tortura ordinata da Quinziano e S. Agata in carcere visitata dall'apostolo Pietro), i vescovi Marziale ed Elia in preghiera con accanto due angeli reggistemma, le sante Lucia e Caterina, e infine gli stemmi della città di Catania, della casa aragonese, dei vescovi committenti e del pontefice Gregorio XI. Se nei due racconti lo sfondo appare inciso con i consueti motivi a rosette e tondini, nelle immagini dei due vescovi Giovanni incide il metallo con un sottile ramo spinoso, motivo decorativo di derivazione limosina, ereditato dalla tradizione musulmana. In questi due smalti, negli angeli reggistemma e nella figura di s. Caterina, l'artista raggiunge un notevole livello di perfezione disegnativa attraverso il minuzioso uso del bulino che incide le vesti e la scelta dei colori, trasparenti e intensi.

Nel corso di questi anni la permanenza di Giovanni in Francia venne interrotta una prima volta nel 1373 (anno in cui si registra un solo documento di pagamento), quando tornò a Siena dove risulta in un atto per l'acquisto di una casa posta nel "popolo" di S. Salvatore, e nel 1376, quando compare in un contratto di matrimonio con Giovanna Bonini. Nel 1380 il nome dell'artista si registra ancora a Siena in un secondo contratto matrimoniale con Augustina, figlia di Giovanni Fei, e in un pagamento per alcuni lavori per la cattedrale (Machetti, pp. 54 s.). In questo stesso anno Giovanni dovette fare ritorno in Francia; ritroviamo infatti il suo nome in un documento del 1380, sotto il pontificato dell'antipapa avignonese Clemente VII, in cui è attestato il pagamento all'artista di 10 fiorini e 12 denari per la doratura di due coperte di libro di proprietà del pontefice, forse un evangelario. Nel 1383 eseguì la rosa d'oro destinata al re di Armenia, mentre due anni dopo ricevette la somma di 127 fiorini per la fattura di un'altra rosa d'oro, adorna di uno zaffiro e due balasci, da donare a Giovanni di Serre, parente del prefetto di Roma.

L'artista viene ricordato per l'ultima volta in un documento del 1404 conservato a Siena (Machetti, p. 58), dove si registra la commissione di due doppieri per l'Opera del duomo, non ancora consegnati. Giovanni morì probabilmente a Siena poco dopo questa data.

S. Romano, in uno studio dedicato tra gli altri a una cassettina reliquiario conservata nella Weltliche Schatzkammer del Kunsthistorisches Museum di Vienna, destinata a contenere alcuni frammenti delle catene della prigionia dei ss. Pietro, Paolo e Giovanni Evangelista, ipotizza che si tratti di un'opera dell'orafo senese. In particolare, le catene di s. Giovanni Evangelista erano state donate dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo, in occasione del suo viaggio in Italia, intrapreso nel 1368, in coincidenza con il ritorno del pontefice. Le immagini dell'imperatore, di Urbano V e dei tre apostoli, eseguite a niello su lamina d'oro, sono poste sui fianchi e sul coperchio del reliquiario, con un segno che definisce le figure nei loro contorni e accenna solo superficialmente al volume delle vesti dei santi realizzate con un breve tratteggio incrociato. La linea scorre agile ed elegante a disegnare il pavimento su cui gli apostoli sono ritratti accovacciati e in catene in un ambiente del tutto privo di definizione tridimensionale. Suggestivo risulta il confronto tra questi nielli e l'incisione che accompagna la descrizione dei reliquiari romani nel testo di Séroux d'Agincourt. L'opera non deriva dall'humus figurativo e culturale dello scenario praghese, ma risulta al contrario prodotto di ambito italiano, e più segnatamente senese. Il nome di Giovanni quale autore troverebbe conferma nella sua presenza a Roma in quello stesso anno quando, intento alla realizzazione dei busti lateranensi, potrebbe avere ricevuto dall'imperatore il prestigioso incarico.

GIOVANNI di Bartolo da Siena
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 55 (2001)

di Elisabetta Campolongo


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