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SANTA CATERINA DA SIENA
LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA
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TRACTATO
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Capitolo CLIV
Qui comincia el trattato dell’obedienzia. E prima, dove l’obedienzia si truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è il segno che l’uomo l’abbi o no, e chi è la sua compagna e da cui è notricata.
Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l’occhio della misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo: — O carissima e dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono essere exauditi ; e però Io, somma veritú, adempirò la veritá mia, satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi dimandi : dove la truovi, e quale è la cagione che te la tolle, e il segno che tu l’abbi o no, lo ti rispondo: che tu la truovi conpitamente nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in lui questa virtú che, per conpirla, corse all’obrobriosa morte della croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che gli tolse l’obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia che esci e fu producta da l’amore proprio e piacimento della compagna sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de l’obbedienzia e diègli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della grazia e diègli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e in grande miseria. E non tanto egli, ma e’ v’incorse tutta l’umana generazione, si come lo ti dixi.

El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti dimostra che tu non l’hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa virtú, trovarrai che egli è cosí. Ma actende: ché. in due modi s’observa obbedienzia. L’una è piú perfetta che l’altra; e non so’ però separate, ma unite, si com’ Io ti dixi de’ comandamenti e de’ consigli. L’uno è buono e perfetto, l’altro è perfectissimo; e neuno è che possa giognere a vita etterna se non l’obbediente, però che senza l’obbedienzia veruno è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de l’obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serrò.

Essendo poi Io costretto dalla mia infinita bontá, vedendo che l’uomo, cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de l’obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Verità; ed egli, come portonaio, diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Verità, veruno ci può andare. E però dixe egli nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per lui. Egli vi lassò questa dolce chiave de l’obbedienzia, quando egli ritornò a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli uomini per l’ascensione. Si come tu sai, egli lassò il vicario suo, Cristo in terra, a cui sète tutti obligati d’obbedire infino alla morte. E chi è fuore de l’obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, si come in un altro luogo Io ti dixi.

Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virtú ne l’umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto fu obbediente questo Verbo? Da l’amore ch’egli ebbe a l’onore mio e alla salute vostra.

Unde procedette l’amore? Dal lume della chiara visione con la quale vedeva, l’anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinitá etterna; e cosí sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava perfectissimamente in lui quella fedeltà, la quale inperfectamente adopera in voi ci lume della sanctissima fede. Ché fu fedele a me, suo Padre etterno, e però corse col lume glorioso, come innamorato, per la via de l’obbedienzia. E perché l’amore non è solo, ma è aconpagnato di tutte le vere e reali virtú, però che tutte le virtú hanno vita da l’amore della caritá (benché àltrementí fussero le virtú in lui e altrementi in voi); ma tra l’apre ha la pazienzia, che è il mirollo suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l’anima se ella è in grazia e ama in veritá o no; e però la madre della caritá l’ha data per sorella alla virtú de l’obbedienzia, e halle si unite insieme, che mai non si perde l’una senza l’altra: o tu l’hai amendune, o tu non hai veruna.

Questa virtú ha una nutrice che la notrica, cioè la vera umilità; unde tanto è obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa umilità è baglia e nutrice della carità, e però ci latte suo medesimo notrica la virtú de l’obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice le dà, è l’avilire se medesimo, vestirsi d’obrobri, dispiacere a sé e piacere a me. In cui ci truovi? In Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E chi s’avilí piú di lui? Egli si satollò d’obrobri, di scherni e di villanie; dispiacque a sé, cioè la vita sua corporale, per piacere a me. E chi fu piú paziente di lui, che non fu udito ci grido suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie, come inamorato compi l’obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre etterno?

Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò la regola e questa dottrina, e prima l’osservò in sé; ella vi dá vita, perché ella è via dritta. Egli è la via, e però dixe egli che era via, veritá e vita; e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non può offendere né essere offeso che egli non s’avegga, perché ha tolto da sé la tenebre de l’amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che, com’ Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l’obbedienzia, è l’umilità. Cosí ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla superbia, che esce da l’amore proprio di sé, privandosi de l’umilità. La sorella, che è data da l’amore proprio alla disobbedienzia, è la inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d’ infidelità corre per la via tenebrosa, che gli dá morte etternale.

Tutti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta questa e ogni altra virtú.


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