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SANTA CATERINA DA SIENA
LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA
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Capitolo CXXIII
Di molti altri defecti de’ predetti ministri, e singularmente dell’andare per le taverne e del giocare e del tenere le concubine.
— Unde riceve l’anima loro tanta puzza? da la propria loro sensualità. La quale sensualità con amore proprio hanno fatta donna, e la tapinella anima hanno fatta serva; dove Io gli feci liberi, col sangue del mio Figliuolo, della liberazione generale, quando tutta l’umana generazione fu tratta della servitudine del dimonio e della sua signoria. Questa grazia ricevette ogni creatura che ha in sé ragione; ma questi miei unti gli ho liberati dalla servitudine del mondo e postigli a servire solo me, Dio etterno, a ministrare i sacramenti della sancta Chiesa. E hogli fatti tanto liberi, che non ho voluto né voglio che neuro signore temporale di loro si faccia giudice. E sai che merito, dilettissima figliuola, essi mi rendono di tanto benefizio quanto hanno ricevuto da me? El merito loro è questo: che continuamente mi perseguitano in tanti diversi e scellerati peccati, che la lingua tua non gli potrebbe narrare e a udirlo ci verresti meno. Ma pure alcuna cosa te ne voglio dire, oltre a quel ch’ Io t’ho detto, per darti piú materia di pianto e di compassione.

Eglino debbono stare in su la mensa della croce per sancto desiderio, e ire notricarsi del cibo de l’anime per onore di me. E benché ogni creatura che ha in sé ragione questo debba fare, molto maggiormente el debbono fare costoro che Io ho eletti perché vi ministrino el Corpo e ‘l Sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, e perché vi diano exemplo di sancta e buona vita, e, con pena loro e con sancto e grande desiderio seguitando la mia Verità, prendano el cibo de l’anime vostre. Ed essi hanno presa per mensa loro le taverne: ire, giurando e spergiurando, con molti miserabili difetti, pubblicamente, come uomini aciecati e senza lume di ragione, sonno fatti animali per li loro difetti e stanno in atti, in fatti e in parole lascivamente.

E non sanno che si sia Officio; e se alcuna volta el dicono, ci dicono con la lingua, e ‘l cuore loro è dilunga da me! Essi stanno come ribaldi e barattieri; e poi che hanno giocata l’anima loro e messala nelle mani delle dimonia, ed essi giuocano e’ beni de la Chiesa, e la sustanzia temporale, la quale ricevono in virtú del Sangue, giuocano e sbaractano. Unde i poveri non hanno el debito loro; e la Chiesa n’è sfornita, e non con quelli fornimenti che le sonno necessari. Unde, perché essi sonno fatti templo del diavolo, non si curano del templo mio. Ma quello adornamento, che debbono fare nel templo e nella Chiesa per riverenzia del Sangue, egli el fanno nelle case loro dove essi abitano. E peggio è però che essi fanno come lo sposo che adorna la sposa sua; cosí questi dimòni incarnati, del bene della Chiesa adornano la diavola sua, con la quale egli sta iniquamente e immondamente. E senza veruna vergogna le faranno andare, stare e venire, mentre ch’e’ miseri dimòni saranno a celebrare a l’altare. E non si curaranno che questa miserabile diavola vada, co’ figliuoli a mano, a fare l’offerta con l’altro popolo.

O dimòni sopra dimòni ! Almeno le iniquità vostre fussero piú nascoste negli occhi de’ vostri subditi; ché, facendole nascoste, offendete me e fate danno a voi, ma non fate danno al proximo, ponendo attualmente la vita vostra scellerata dinanzi a loro, però che per lo vostro exemplo gli sète materia e cagione, non che egli esca de’ peccati suoi, ma che egli Gaggia in quegli simili e maggiori che avete voi. È questa la purità che lo richeggio al mio ministro quando egli va a celebrare a l’altare? Questa è la purità che egli porta: che la mattina si levarà con la mente contaminata e col corpo suo corrotto, stato e giaciuto nello immondo peccato mortale, e andarà a celebrare. O tabernacolo del dimonio, dove è la vigilia della notte col solenne e devoto Officio? dove è la continua e devota orazione? Nel quale tempo della notte tu ti debbi disponere al misterio che hai a fare la mattina, con uno cognoscimento di te, cognoscen. doti e reputandoti indegno a tanto misterio, e con uno cogno, scimento di me che per la mia bontá te n’ hoe facto degno e non per li tuoi meriti, e fattoti mio ministro, acciò che ‘l ministri a l’altre mie creature.


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